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La sofferta revisione della legge 394/91 sui parchi e le aree protette è stata approvata dalla Camera dei Deputati. Inutili e inascoltate tutte le richieste delle associazioni di tutela nell’approvazione di una modifica peggiorativa di una legge che, nonostante fosse tutt’altro che perfetta, è stata una pietra miliare nel campo della tutela ambientale e ha avuto il merito di allineare l’Italia agli altri Paesi europei. Cosa è stato approvato di così grave?

Si prevedono consigli direttivi totalmente squilibrati a favore di interessi locali senza nessuna garanzia di veri benefici per le popolazioni che presidiano i territori. Nessuna competenza in materia di tutela ambientale viene richiesta per le cariche dirigenziali. Previsto un grave allentamento delle misure che prevengono la degenerazione di ambienti naturali in ambienti urbanizzati. Gli articoli che trattano i nullaosta e l’iter autorizzativo per interventi edilizi nelle aree protette e nei parchi rischiano di generare confusione di interpretazione. Si aggiungono infine i contributi “royalties” una tantum per “giustificare e quindi sanare” attività che un parco non dovrebbe neanche contemplare (controllo faunistico affidato ai cacciatori, apertura verso attività industriali come trivellazioni, parchi eolici e grandi campi fotovoltaici) quale contributo compensativo per lo sfruttamento delle aree protette e alterazioni paesaggistiche. L’Italia torna indietro di 30 anni con una politica che in maniera grossolana ingerisce nella gestione dei parchi con l’unico obiettivo di favorire interessi economici e speculazioni dei privati. Esattamente come i beni culturali anche i parchi devono rendere economicamente: certo, se poi riescono a proteggere in qualche modo anche l’ambiente, tanto meglio. Ma non è questa la loro funzione principale


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