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La Commissione europea ha pubblicato lo scorso 28 Settembre una comunicazione rivolta al Parlamento europeo e al Consiglio in materia di rimozione di contenuti illeciti online, specificatamente quelli pubblicati sulle grandi piattaforme digitali e sui social network.

Ancora un volta stupisce come la Commissione, nell’affrontare un problema che certamente esiste (la presenza di contenuti illegali, come quelli di incitazione all’odio, al terrorismo

e pedopornografici), non riesca ad uscire dal circolo vizioso della c.d. horse law (ossia interventi legislativi non orientati a introdurre soluzioni normative per il futuro, ma soltanto a codificare lo status quo) e dell’autoregolamentazione, ossia la delega ai privati delle funzioni che per definizione (e per Costituzione) appartengono solo allo Stato. Perché è statuire l’ovvio affermare che ciò che sia illegale nel mondo “analogico” lo sia anche in rete. È poi altrettanto pacifico che le piattaforme online debbano rimuovere nel minor tempo possibile i contenuti dichiarati illegali, adottando politiche di collaborazione con tutti i soggetti interessati (utenti, terze parti e autorità statali). Tuttavia, è inaccettabile, oltre che rischioso, che lo Stato abdichi ai suoi doveri, attribuendo a soggetti privati, come Facebook e Google, la funzione di giudice, imponendogli di eliminare contenuti illegali o presunti tali. Come altrettanto pericoloso è delegare la scelta della liceità o meno di un contenuto a segnalazioni di utenti anonimi, i cui interessi non sono sempre trasparenti (si pensi ad esempio ai concorrenti commerciali), con il rischio di permettere a infondati passaparola di creare una “caccia alle streghe digitale”.

Quando si parla della libertà d’espressione, il confine tra diffamazione e satira, tra incitazione all’odio e black humour, è talmente sottile e dipendente dal contesto specifico, che neanche il più avanzato degli algoritmi può pretendere di individuarlo con precisione. È per questo che, prima di censurare alcunché, è quanto mai necessario l’intervento del giudice che, interpretando la legge e analizzando le prove e le circostanze, emetta un verdetto rispettando le garanzie di difesa del presunto colpevole. Serve un’analisi caso per caso, non una soluzione generale valida sempre, a prescindere dalle circostanze.

Se si vuole avere un esempio pratico di cosa possa comportare la privatizzazione della giustizia, vi invito a dare un’occhiata alla recente entrata in vigore in Germania della c.d. Netzwerkdurchsetzungsgesetz, chiamata anche “legge Facebook”, prima legge al mondo contro l'hate speech e i post offensivi sui social network. Le disposizioni obbligheranno qualunque social network con più di 2 milioni di iscritti a rimuovere entro 24 ore qualunque contenuto illegale (7 giorni per i contenuti più controversi), pena multe che possono variare da 5 a 50 milioni di euro.

Tale legge oltretutto non si applica soltanto alla propaganda di stampo terroristico o all’incitamento all’odio, ma anche ad altri reati più comuni come la diffamazione, la calunnia e la diffusione di notizie false. Fattispecie, si ripete, dove il confine tra il lecito e l’illecito è assai labile e, spesso, si nasconde nei dettagli. Tuttavia, mentre il giudice è imparziale per legge (costituzionale), questo non è certamente il caso di una piattaforma digitale, che è pur sempre una società privata (spesso americana) votata al profitto. Non è perciò difficile immaginare che, per evitare sanzioni pesanti e per rimanere in buoni rapporti con i governi, tali piattaforme adotteranno un approccio estremamente cautelativo, rimuovendo o non caricando ogni contenuto minimamente sospetto. Il quadro che esce fuori, di orwelliana memoria, è decisamente sinistro e pericoloso, e vede l’instaurazione di un imponente meccanismo di censura privata, con dietro l’ombra del governo. Tutto ciò, si ricordi, in totale spregio della direttiva E-Commerce e della giurisprudenza della Corte di giustizia e della Corte europea dei diritti dell’uomo. Dal canto mio, ho sempre sostenuto l’importanza di investire in politiche di alfabetizzazione digitale, perché solo con l’educazione e la prevenzione si può porre fine a certi comportamenti incivili, prima che illegali, non certo ricorrendo a strumenti di censura, scelti da altri Stati certamente non democratici.

Per questi motivi non deve stupire come, durante il Digital Summit tenutosi a Tallinn il 29 Settembre, nessun leader europeo abbia posto l’attenzione sui rischi che tali pratiche possono comportare per i diritti fondamentai dei cittadini e per le fondamenta della società democratica. Si è preferito, come al solito, fare tante chiacchiere sul completamento del Mercato digitale unico (non supportate dai fatti, basti pensare al regolamento sulla portabilità o a quello sulla ritrasmissione online) o sull’istituzione di una “tech tax” per aggredire i profitti - quasi esentasse - dei giganti del web. Tale proposta, condivisa, tra gli altri, da Francia, Germania e Italia (ma Renzi non era contrario?) è chiaramente osteggiata da paesi come Irlanda, Lussemburgo e Olanda, dove le aliquote minimali fanno parte di vere e proprie politiche economiche. Una tassa speciale che, tra l’altro, presenta numerosi problematiche, sia di natura politica (la materia fiscale, non essendo armonizzata a livello d’Unione, necessita del supporto unanime degli Stati membri) che pratica (soggetti passivi, base imponibile, destinazione dei tributi riscossi, ecc.).

Anche qui si cela un’altra grande ipocrisia europea: ci si spinge fino a ipotizzare la creazione di una nuova tassa, quando basterebbe porre fine alle pratiche di tax dumping (e relativo social dumping) di certi Stati membri, alla faccia del divieto di aiuti di stato e di politiche anti-competitive, oltre che del principio di solidarietà. Argomenti demagogici, perché invece di proporre soluzioni efficaci a lungo termine, suggeriscono soluzioni soltanto apparenti - nonché estremamente conservative - dietro le quali si nasconde la protezione di interessi purtroppo ritenuti più importanti di quelli dei cittadini e della società civile. Il terrorismo, l’incitamento all’odio e i contenuti illegali non possono, e non devono, infatti giustificare l’abolizione dello Stato di diritto o la sospensione di diritti costituzionalmente garantiti come il diritto alla privacy o alla libertà d’espressione.

 


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