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Quanto accaduto conferma che il modello di business delle multinazionali del web si fonda sulla sistematica raccolta dei dati degli utenti. Dati che sono diventati il “petrolio” del ventunesimo secolo, impiegati per profilare i consumatori/utenti in modo da poter determinare i loro comportamenti, e poi ceduti a terzi. Ciò che manca, e che il caso di Cambridge Analytica ha scoperchiato, è l’assenza di consapevolezza da parte dei cittadini.

Come reagire? Chi sta decidendo al posto nostro? Qual è il ruolo che Stati e Unione europea devono avere di fronte a questi fenomeni?

E’ ora di porre fine ai monopoli di pochi giganti del web che sfruttando i nostri dati personali ed influenzando i nostri comportamenti, hanno accumulato fortune miliardarie. 
Forse è ora di iniziare a considerare i nostri dati come “bene comune”, da tutelare alla stregua di altri beni comuni come l’acqua, il paesaggio, il territorio, la costa e il mare. 
Abbiamo una grande occasione che è l’approvazione del regolamento e-privacy, che pero’ è ancora bloccato in Consiglio. Concludendo, come ha affermato l’economista Milton Friedman: “Non esistono pasti gratis” e quindi ciò che non paghiamo in termini monetari, lo paghiamo con i nostri dati e la nostra minore privacy. Siamo sicuri che ci convenga?


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